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Mercoledì, 26 Aprile 2017 07:36

Cons. Stato, sez. VI, 3 aprile 2017, n. 1540

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 7509 del 2015, proposto dal signor GILBERTO DELLO RUSSO, rappresentato e difeso dall’avvocato Aldo Ceci, con domicilio eletto presso l’avvocato Maria Rosa Suraci in Roma, via G. Ferrari n. 12; 

contro

La signora MARIANA CARUSO, rappresentata e difesa dall’avvocato Dario La Torre, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Roma, Lungotevere dei Mellini n. 10; 

nei confronti di

Il COMUNE DI FROSINONE, in persona del Sindaco p.t., non costituito in giudizio; 

per la riforma della sentenza del T.A.R. LAZIO - LATINA – SEZ. I n. 272/2015;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della signora MARIANA CARUSO;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 2 febbraio 2017 il Cons. Dario Simeoli e uditi per le parti gli avvocati Aldo Ceci e Dario La Torre;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

I. Con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, la signora Miriana Caruso ‒ odierna appellante ‒ ha impugnato la concessione in sanatoria 12 luglio 2006, n. 9875/S, rilasciata al signor Gilberto Dello Russo relativamente alle opere realizzate sull’edificio sito in Frosinone alla via G. Matteotti, n. 10 ricadente in zona A, del vigente P.R.G.

Tali opere consistevano «nell’ampliamento dell’appartamento di civile abitazione al piano terzo (sub 13) per la s.u. di mq. 8,97 e s.n.r. di mq. O; nell’ampliamento dell’appartamento di civile abitazione al piano secondo (sub 11) per la s.u. di mq. 9,92 e s.n.r. di mq. O; nella realizzazione di un vano ascensore con relativa piattaforma di sbarco e nelle opere non valutabili in termini di superficie consistenti nella realizzazione di rampe di accesso al piano terra, il tutto per il volume di mc. 262,44».

I.1. A sostegno della impugnativa, la ricorrente lamentava:

- il difetto di legittimazione alla presentazione della domanda di condono (in quanto l’abuso sanato interesserebbe un corpo di fabbrica autonomo, insistente sul suolo di proprietà comune, in aderenza al fabbricato condominiale);

- l’impossibilità dell’adeguamento sismico (con conseguente violazione dell’art. 32, comma 27, lettera b, della legge n. 326 del 2003, e degli artt. 3 e 6 della legge della Regione Lazio n. 12 del 2004, i quali prevedono l’insanabilità degli abusi per i quali non è possibile effettuare adeguamenti antisismici, là dove involga abusi su immobili relativi ad edifici ricadenti in comuni inclusi nell’OPCM espressamente richiamata);

- la violazione dell’art. 2 della legge della Regione Lazio n. 12 del 2004 e degli artt. 3 e 10 del d.P.R. n. 380 del 2001, posto che il contestato intervento dovrebbe essere configurato come “ristrutturazione edilizia”, ammissibile soltanto nei limiti in cui sia stata rispettata la sagoma dell’originario fabbricato;

- il superamento dei limiti volumetrici in relazione alle singole categorie entro le quali l’intervento sarebbe inquadrabile (in violazione dell’art. 2 della legge della Regione Lazio n. 12 del 2004).

I.2. La sentenza impugnata ha annullato la concessione in sanatoria, accogliendo il motivo incentrato sull’eccesso di volumetria, con assorbimento degli ulteriori profili non espressamente esaminati.

Si afferma, in particolare, «che l’intervento unitario risulta superiore sia al limite volumetrico che a quello percentuale (2.096x20% ossia a mc. 419,23), ammessi in forza delle disposizioni di cui alla legge della Regione Lazio n. 12 del 2004».

I.3. Il controinteressato nel giudizio di primo grado, signor Gilberto Dello Russo, ha proposto appello, chiedendo, in riforma della sentenza impugnata, il rigetto del ricorso di primo grado.

L’appellante lamenta l’erroneità della decisione gravata, in quanto frutto a suo dire di un errore istruttorio in ordine alle reali circostanze di fatto del giudizio.

Egli premette che la domanda di condono in esame (l’unica ad oggi definita dalla p.a.) si sarebbe limitata a riproporre la sanatoria delle opere da tempo eseguite sulla scorta della concessione n. 4367 del 1994, poi annullata dalla p.a., e consistenti nella realizzazione nello spazio antistante il preesistente corpo scala, già chiuso a tre lati, di un nuovo corpo di fabbrica consistente in un vano ascensore ed opere accessorie, che hanno determinato la creazione di un ampliamento dell’appartamento all’ultimo piano e la creazione di logge in corrispondenza degli altri piani.

La “chiusura” del vano scala preesistente non avrebbe creato una nuova volumetria edilizia urbanisticamente rilevante, in quanto la scala preesistente era già chiusa a tre lati sin dall'epoca remota di costruzione del palazzo.

Occorrerebbe poi considerare che, nell’ambito della nuova volumetria realizzata dall’appellante e dichiarata in complessivi mc. 262,44 nel titolo edilizio a sanatoria, risulta compreso, oltre ai preesistenti volumi pertinenziali (a sbalzo) dei singoli appartamenti e pianerottoli, anche il corpo destinato a vano ascensore.

Tale corpo, sia per espressa previsione del regolamento edilizio comunale e sia per la previsione della normativa tecnica in tema di eliminazione delle barriere architettoniche ex legge n. 13/1989, rappresenterebbe un mero volume tecnico che non potrebbe essere computato nell’ambito dei limiti ex art. 2 della L.R. n. 12/2004 ovvero, più in generale, dell’art. 32 del D.L. n. 269/2003.

Pertanto, la volumetria edilizia effettivamente realizzata e rilevante, detratta la preesistenza ed in volumi tecnici di complessivi mc. 79,81, sarebbe in realtà pari a mc. 182,63 e non mc. 262,44 complessivamente indicati nella domanda di condono.

Sotto altro profilo, la volumetria del locale garage ‒ realizzato nel sottosuolo del lotto di pertinenza ex art. 9 legge n. 122/1989, e incluso in una distinta e differente domanda di sanatoria non ancora istruita e conclusa da parte della p.a. (prot. n. 57.890 del 14.12.2004) ‒ dovrebbe reputarsi del tutto influente ai fini della valutazione della legittimità del titolo edilizio a sanatoria oggetto del presente giudizio.

Su queste basi, l’appellante afferma che i limiti volumetrici indicati dall’art. 2 della legge della Regione Lazio n. 12 del 2004, sarebbero stati rispettati, a prescindere da qualsiasi inquadramento voglia essere attribuito alle opere realizzate.

a) Infatti, se le opere condonate dovessero essere inquadrate nell’ambito della “nuova opera”, quanto realizzato al netto del volume tecnico del vano ascensore (pari a mc. 182,63) rientrerebbe ampiamente nel limite volumetrico, sia assoluto, che relativo per abusi relativi ad abitazioni non destinate a prima casa (182,63 mc. < 300,00 mc.).

b) Qualora le opere condonate dovessero invece essere inquadrate nell’ambito dell’ampliamento, quanto realizzato al netto del volume tecnico del vano ascensore (pari a mc. 182,63) rientrerebbe nuovamente nel limite volumetrico percentuale del 20% (2.096 x 20% = 419,23) (182,63 mc. < 419,23 mc.) e anche in quello alternativo di mc. 200 (182,63 mc. < 200 mc.). Tali parametri non muterebbero, qualora si volesse aggiungere alla predetta volumetria quella relativa al garage (mc 184,13): 182,63 mc. + 184,13 mc. = 366,76 mc. < 419,23 mc.

Quanto alla non adeguabilità dal punto di vista sismico dei lavori eseguiti, si tratta di censura proposta in primo grado e rimasta assorbita nel pronunciamento appellato: le opere oggetto della concessione in sanatoria impugnata in primo grado sarebbero state realizzate sin dal 1994 in forza del titolo edilizio poi annullato dalla p.a., apparendo così ininfluenti, al fine della loro valutazione “sismica”, le successive modifiche normative e di inquadramento del relativo rischio.

Peraltro, il quadro normativo sarebbe rimasto comunque immutato per il territorio di riferimento dal 1984 in poi, risultando il Comune di Frosinone classificato sismico di II categoria anche dall’O.P.C,M. n. 3274/2003.

Quanto al difetto di legittimazione del signor Dello Russo per la presentazione della domanda di condono ‒ censura anch’essa proposta in primo grado e rimasta assorbita nel pronunciamento appellato ‒ la sentenza della Corte d’Appello n. 5582 del 2012 (attualmente gravata con ricorso per cassazione) avrebbe riconosciuto il suo diritto di eseguire innovazioni nella parte comune.

I.4. Si è costituito in giudizio la signora Miriana Caruso, chiedendo il rigetto dell’appello principale. L’appellata ha altresì promosso appello incidentale ed ha riproposto i motivi assorbiti nel giudizio di primo grado, ai sensi dell’art. 101, comma 2, c.p.a.

I motivi dell’appello incidentale, proposti subordinatamente all'accoglimento di quello principale sono i seguenti:

- la sentenza sarebbe erronea, in quanto, avendo ricondotto le opere oggetto del condono rilasciato tra gli “ampliamenti” e nel ritenere superati i limiti volumetrici e percentuali ammessi dalla legislazione regionale proprio per tali abusi, avrebbe dovuto affermare la fondatezza del ricorso con riferimento al quinto motivo e non al quarto motivo inerente il superamento dei diversi limiti volumetrici ammessi per le opere abusive costituenti nuova costruzione;

- nel parametro cui rapportare il limite volumetrico percentuale (20%) ammesso dalla normativa regionale per gli ampliamenti, i giudici di prime cure non avrebbero dovuto computare anche la volumetria di proprietà di soggetti diversi da quello richiedente la sanatoria (in particolare, gli appartamenti posti al secondo piano del fabbricato, di proprietà della ricorrente e di altra condomina), con la conseguenza che il limite volumetrico percentuale del 20% sarebbe ovviamente inferiore a quello (mc. 419,23);

- le opere abusivamente realizzate si sarebbero dovute ricondurre tra gli interventi di ristrutturazione edilizia, le quali sarebbero però sanabili solo se «eseguite all’interno della sagoma originaria del fabbricato», come previsto dalla lettera e), dell’art. 2 della L.R. 12/2004, con conseguente illegittimità del provvedimento impugnato;

- le opere abusivamente realizzate dovrebbero essere qualificate di “nuova costruzione” e non come “ampliamenti” del fabbricato preesistente.

I.5. L’amministrazione comunale non si è costituita.

I.6. Con ordinanza del 7 ottobre 2015 n. 4586, la Sezione, ai soli fini di pervenire alla definizione del giudizio nel merito re adhucintegra, ha accolto l’istanza cautelare di sospensione della esecutività della impugnata sentenza.

I.7. All’esito dell’udienza del 2 febbraio 2017, la causa è stata discussa ed è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

I. Ritiene la Sezione che l’appello principale sia infondato.

I.1. Il giudice di prime cure ha correttamente rilevato l’illegittimità del provvedimento impugnato in relazione al superamento dei limiti volumetrici indicati dall’art. 2, comma 1, lettera a), della L.R. Lazio n. 12/2004.

I.2. Occorre premettere che il signor Dello Russo ha presentato le seguenti 5 domande di condono edilizio:

- illecito n. 1: riguardante il piano attico per l’adeguamento del bagno, della veranda e la realizzazione dell’ascensore e piano di sbarco a tutti i piani, prot. n. 57889 del 14 dicembre 2004, costituente integrazione della domanda (già prot. 15914 del 30 marzo 2004);

- illecito n. 2: riguardante la creazione di un locale ad uso bagno senza barriere architettoniche mediante chiusura della veranda, un locale impianti, una piscina, un ripostiglio, un parcheggio interrato, rampe di accesso e lavori di manutenzione straordinaria prot. n. 57.890 del 14 dicembre 2004, costituente integrazione della domanda (già prot. 15914 del 30 marzo 2004);

- illecito n. 3: riguardante il balcone della odierna appellata sig.ra Caruso, prot. n. 57.891 del 14 dicembre 2004 costituente integrazione della domanda (già prot. 15915 del 30 marzo 2004);

- illecito n. 4: riguardante il balcone delle signore Silvestri, prot. n. 57.892 del 14 dicembre 2004, costituente integrazione della domanda (già prot. 15917 del 30 marzo 2004);

- illecito n. 5 riguardante la creazione di un soppalco ed il frazionamento dell’appartamento dell'appellante (piano terra) (ex sub 1) tre distinte unità, prot. n. 57.893 del 14 dicembre 2004.

La concessione in sanatoria oggetto del presente giudizio riguarda la prima domanda inerente il vano ascensore e gli ampliamenti.

I.3. L’art. 2 della legge della Regione Lazio 8 novembre 2004, n. 12 (Disposizioni in materia di definizione di illeciti edilizi), per quanto qui di interesse, recita: «1. Sono suscettibili di sanatoria, purché siano state ultimate ai sensi dell' articolo 31, secondo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie) e successive modifiche, entro il 31 marzo 2003, le seguenti opere abusive: a) opere realizzate in assenza del o in difformità dal titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici approvati o adottati al 31 marzo 2003, che non abbiano comportato un ampliamento del manufatto superiore al venti per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, superiore a 200 metri cubi; b) opere di nuova costruzione a destinazione esclusivamente residenziale realizzate in assenza del o in difformità dal titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici approvati o adottati al 31 marzo 2003 che: 1) non abbiano comportato la realizzazione di un volume superiore a 450 metri cubi per singola domanda di titolo abilitativo edilizio in sanatoria a condizione che la nuova costruzione non superi, nel suo complesso, 900 metri cubi, nel caso in cui si tratti di unità immobiliare adibita a prima casa di abitazione del richiedente nel comune di residenza; 2) non abbiano comportato la realizzazione di un volume superiore a 300 metri cubi per singola domanda di titolo abilitativo edilizio in sanatoria a condizione che la nuova costruzione non superi, nel suo complesso, 600 metri cubi, nel caso in cui non si tratti di unità immobiliare adibita a prima casa di abitazione del richiedente nel comune di residenza».

I.4. Ebbene, l’amministrazione illegittimamente non ha computato il complesso degli incrementi di cubatura realizzati dal controinteressato.

L’interpretazione della richiamata norma regionale non può prescindere dai principi affermati in proposito dalla giurisprudenza, secondo cui l’opera abusiva va identificata con riferimento all’unitarietà dell’immobile o del complesso immobiliare, ove sia stato realizzato in esecuzione di un disegno unitario, essendo irrilevanti la suddivisione in più unità abitative e la presentazione di istanze separate (cfr. ex plurimis: Consiglio di Stato sez. VI, 5 settembre 2012 n. 4711; Consiglio di Stato, sez. V, 3 marzo 2001, n. 1229).

Diversamente opinando, sarebbero agevolmente elusi i limiti consentiti per il condono relativamente al calcolo della volumetria consentita.

Su queste basi, solo considerando la volumetria sanata dal provvedimento impugnato e quella del garage (che costruisce ampliamento delle unità immobiliari dell’appellante), ci si avvede del superamento del predetto limite alla condonabilità, sia volumetrico (mc. 200) che percentuale (2096 x 20% = me. 419,23).

Difatti: 262,44 + 184,13 = 446,57. Aggiungendo la volumetria generata dalla preesistente scala condominiale (pari a 170,40 mc, come risulta dalla documentazione acquisita), si arriva a 616,97 mc.

I.5. Inammissibile risulta la censura con la quale l’appellante sostiene per la prima volta in appello che dalla volumetria espressamente richiesta e condonata di 262,44 mc andrebbe detratto il corpo destinato a vano ascensore.

Difatti, il controinteressato – qualora nel giudizio di primo grado non abbia proposto ricorso incidentale avverso l’atto impugnato a sé favorevole (al fine di paralizzare la possibilità di accoglimento del ricorso principale, introducendo una ragione ostativa all’accoglimento delle censure con esso dedotte) - non può poi introdurre in appello nuovi motivi di censura che si traducono in una contestazione “incidentale” del provvedimento impugnato (per la quale è oramai decorso il termine decadenziale di proposizione), con l’effetto di ampliare (ciò che non è consentito dall’art. 104 comma 1, c.p.a.) il thema decidendum cristallizzato nel giudizio di primo grado.

I.6. È infondata la tesi secondo cui la preesistente scala condominiale aperta su un lato, costituendo volumetria edilizia già inclusa nell’originario titolo edilizio, non potrebbe essere computata ai fini del condono delle opere che hanno comportato la chiusura del quarto lato.

In senso contrario, è dirimente osservare che la chiusura su quattro lati della scala condominiale altera irrimediabilmente il preesistente stato dei luoghi, modifica la sagoma dell’edificio e comporta aumento di volumetria (mc 170 circa) che va necessariamente computato ai fini del rispetto delle condizioni di ammissibilità del condono.

II. Ai sensi dell’art. 101 c.p.a., l’appellata ha riproposto il primo e il secondo motivo del ricorso introduttivo, dichiarati assorbiti in primo grado.

II.1. È fondata la censura di difetto di legittimazione dell’appellante alla presentazione della domanda di condono (inerente il vano ascensore e gli ampliamenti).

È inapplicabile l’istituto del condono laddove l’abuso sia stato realizzato dal singolo condomino su aree comuni, in assenza di adeguati elementi di prova circa la volontà degli altri comproprietari, atteso che, altrimenti, l’amministrazione finirebbe per legittimare una sostanziale appropriazione di spazi condominiali da parte del singolo condomino, in presenza di una possibile volontà contraria degli altri, i quali potrebbero essere interessati all'eliminazione dell'abuso anche in via amministrativa e non solo con azioni privatistiche (cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, 27 giugno 2008, n. 3282).

Nel caso di specie, la richiesta dell’appellante, formulata in sede amministrativa, è stata preceduta da una manifestazione di volontà autorizzatoria dei comproprietari solo con riferimento alle opere realizzate sulle parti comuni finalizzate alla eliminazione delle barriere architettoniche (anche il giudizio civile pendente ha riconosciuto il diritto ex art. 1102 c.c. di eseguire innovazioni solo per quanto riguarda l’installazione del solo impianto ascensore con componenti e apparecchiature accessorie).

Alcuna verifica della legittimazione del condomino richiedente la sanatoria è stata invece compiuta dal Comune con riguardo alle ulteriori innovazioni eseguite sulle parti comuni, che hanno comportato la chiusura dello spazio sovrastante il cortile; nonostante l’appellata avesse fatto pervenire (cfr. in atti doc. 9 e 12) la propria opposizione al condono, stante la riduzione di luce ed aria della cucina e del bagno che ne sarebbe derivata alla sua proprietà.

In presenza di un conclamato dissidio in ordine alla legittimità delle opere edilizie interessanti porzioni condominiali comuni, l’amministrazione avrebbe dovuto verificare l’esistenza in capo al richiedente di un idoneo titolo di godimento sull'immobile, ritenendo necessaria la dichiarazione di assenso dell’amministrazione condominiale anche per l’esecuzione delle opere consistenti nella chiusura del corpo scala preesistente, nella creazione dell’androne di ingresso, nell’ampliamento dell’appartamento di proprietà del controinteressato.

II.2. Non può invece essere accolta la censura con la quale l’appellata sostiene l’impossibilità dell’adeguamento sismico del manufatto condonato, con conseguente violazione dell’art. 32, comma 27, lettera b), della legge n. 326 del 2003, e degli artt. 3 e 6 della legge della Regione Lazio n. 12 del 2004.

La Regione Lazio, Ufficio dell’ex Genio Civile, prot. n. 4065 del 2 settembre 2003, ha certificato che le opere oggetto della sanatoria in esame risultavano già in possesso dell’autorizzazione sismica n. 8302 dell’11 maggio 1994 (pos. 1041/1994 - relativa al vano ascensore ed accessori) e n. 11556 del 18 ottobre 1993 (pos. 1650/1993 - relativa al garage).

Inoltre, all’epoca della domanda di condono, la categoria sismica relativa al centro storico (capoluogo) del Comune di Frosinone non era mutata.

III. Possono assorbirsi i motivi dell’appello incidentale in quanto proposti soltanto subordinatamente all’accoglimento del ricorso principale.

IV. Per le ragioni che precedono, l’appello principale va respinto, mentre vanno in parte accolte le censure assorbite in primo grado, riproposte in questa sede.

Il dispositivo d’annullamento della sentenza impugnata va confermato, con parziale integrazione della sua motivazione.

Le spese del secondo grado seguono la soccombenza e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello principale n. 7509 del 2015, come in epigrafe proposto, lo respinge, accoglie in parte le censure assorbite in primo grado e riproposte in grado d’appello e, per l’effetto, conferma la sentenza di primo grado con integrazione della sua motivazione.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese di lite in favore dell’appellata, che si liquidano in € 4000,00 (quattromila), oltre IVA e CPA come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 2 febbraio 2017, con l’intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente

Silvestro Maria Russo, Consigliere

Marco Buricelli, Consigliere

Oreste Mario Caputo, Consigliere

Dario Simeoli, Consigliere, Estensore

L'ESTENSORE

IL PRESIDENTE

Dario Simeoli

Luigi Maruotti

IL SEGRETARIO

Letto 5345 volte Ultima modifica il Mercoledì, 26 Aprile 2017 08:14

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